04/05/10

Don Chisciotte in scena al Teatro dell’Opera di Roma


DA ROMAC'E 28/4-4/5 2010
di Donatella Bertozzi

Piace e convince senz’altro il nuovo Don Chisciotte in scena al Teatro dell’Opera di Roma con repliche fino al 5 maggio e un alternarsi di diversi cast, tutti di prestigio.


Un balletto dal ritmo incalzante e dalla coreografia elegante, inserita in un apparato di scene e costumi di grande raffinatezza formale, ideato da Francesco Zito e Antonella Conte con gusto sicuro e splendide intuizioni, senza mai scadere nel bozzettismo di maniera e rifuggendo dall’ambientazione spagnolesca più smaccata e banale.

Il libretto – ispirato a un episodio minore del celebre romanzo di Miguel De Cervantes – rimane sostanzialmente fedele all’originale di Marius Petipa, ideato per il Bolscioi di Mosca nel 1869. Possiede una semplice efficacia drammaturgica ed è pieno di ritmo, divertente, godibile. Non fosse che per questo la nuova produzione meriterebbe un premio. Ma ha anche altri meriti, che val la pena analizzare. La versione coreografica proposta riprende sostanzialmente quella tradizionale: con tutta probabilità la celebre versione “realistica” di Alexander Gorsky (1900) ispirata all’originale di Petipa, poi rielaborata da Rostislav Zakharov (1940) e giunta “per li rami” fino a noi. E’ stata appositamente rielaborata per la compagnia romana diretta da Carla Fracci da Timur Fayziev e Ludmilla Ryzhova, artisti provenienti dalla compagnia moscovita Stanislavsky-Nemirovich Danchenko, meno nota di quella del Boscioi ma forte di una importante tradizione e – in epoca societica – meno rigidamente legata all’ortodossia. Questa loro versione valorizza con intelligenza l’impianto corale del balletto, ridimensionando un poco la vicenda amorosa a lieto fine fra la bella figlia dell’oste, Kitri e il barbiere bello ma squattrinato, Basilio. Ciò che basta a riequilibrare la struttura drammaturgica così da alleggerirla senza comprometterne la chiarezza. Anche dal punto di vista stilistico – in armonia con quanto tenacemente perseguito da Carla Fracci come direttrice del ballo, nel corso del suo decennio di lavoro – Fayziev e Ryzhova mantengono la giusta distanza dal forte atletismo reso celebre dai grandi ballerini del Bolscioi in epoca sovietica. Ciò che restituisce al balletto il suo giusto sapore tardo-romantico e rende plausibile, raffinata e centrata l’interpretazione che ne offre – con grande pulizia e rigore tecnico – una compagnia come quella dell’Opera. L’unica, ormai, nel nostro paese, a poter essere definita “quintessenzialmente italiana”: cioè centrata sull’espressività e sul talento interpretativo di ogni singolo interprete, coltivato e valorizzato come tale. In questo senso – e al di là della bella qualità della coppia protagonista (formata la sera della “prima” dalla pietroburghese Ekaterina Borchenko, elegante, sensuale, graziosa e dall’ungherese Tamas Nagy, bello e assai adatto al ruolo, pur se non sufficientemente potente e preciso) – questo balletto è un vero e proprio scrigno di tesori. Da una scena all’altra sono innumerevoli i talenti che si fanno apprezzare come veloci stelle brillanti. Una promessa incantevole per il futuro, se la compagnia di balletto del Teatro dell’Opera avrà un futuro. E non sarà improvvisamente trasformata nell’ennesima inutile fotocopia delle centinaia di compagnie di mediocre stile “contemporaneo” che ci sono nel mondo. Come la prossima – incomprensibile – partenza di Carla Fracci (alla scadenza del suo contratto, alla fine di luglio) lascia purtroppo assai realisticamente temere.

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